“Verticali” (Einaudi, 2009) e “La misura dello zero” (Einaudi, 2015) di Bruno Galluccio - di Mario F

Il sostrato culturale dell’uomo moderno ha acquisito una serie di certezze e di convinzioni, assimilate a livello inconscio, conseguenza di un lungo numero di conquiste rivoluzionarie nell’ambito della tecnologia e della scienza, in cui ognuno, a priori, presta un affidamento pieno, spesso neppure fondato sulla consapevolezza delle basi teoriche, ma assodato e acquisito nel tempo.


In breve: nessuno di noi dubita dell’esistenza di virus e batteri, anche se la maggior parte di noi non ha verificato scientificamente la loro esistenza tramite il metodo sperimentale – e lo stesso può dirsi di un largo numero di fenomeni, che vanno dalla fisica alla cosmologia, dalla chimica alla biologia.


Ci sembrano incredibilmente distanti gli uomini che credevano nell’intervento divino o nella presenza di entità metafisiche che influenzavano eventi atmosferici, la salute degli uomini, e via dicendo. La rivoluzione scientifica e tecnologica, e la progressiva rapidità delle sue conquiste, ha creato un inconscio affidamento nelle conquiste della scienza, e una proporzionale diffidenza verso le convinzioni metafisiche e fideistiche (e la “morte di dio” non è che la presa di coscienza della necessità di nuovi punti di riferimento, dopo la disgregazione di quelli “metafisici” nella coscienza – o meglio incoscienza – collettiva).


Questo nuovo punto di prospettiva è stato responsabile di grandi cambiamenti culturali e sociali, di cui sono testimoni, ad esempio, la filosofia esistenzialista e le diverse forme di nichilismo del secolo appena concluso, che ha influenzato in diverso modo le arti nel corso del novecento.


Tutta questa digressione per introdurre un autore che – a parere di chi scrive – è molto interessante e rappresentativo del proprio tempo, e ciò per diverse ragioni. Si tratta di Bruno Galluccio, napoletano, che ha pubblicato con Einaudi le raccolte “Verticali” e “La misura dello zero”.


La poesia contemporanea italiana, con sempre maggiore frequenza, si è concentrata, negli ultimi anni, su un certo ritorno al lirismo, in particolare di forma diaristica, colloquiale, dove l’occasione quotidiana diventa squarcio per una riflessione più ampia, di ragione universale, spesso con una particolare attenzione al legame con il territorio, con l’identità e la tradizione che lega ai luoghi di appartenenza, rappresentati nelle proprie caratteristiche più semplici e umili e, per questo, autentiche.


La poesia di Galluccio non ha queste caratteristiche: la sua particolare formazione professionale (laureato in fisica, si è occupato di telecomunicazioni e sistemi spaziali per un’azienda tecnologica), insieme a una profonda sensibilità poetica, gli ha consentito di realizzare dei versi di notevole lucidità e razionalità, che donano una visione del mondo del tutto condivisibile dall’uomo contemporaneo: razionali, ma non freddi; consapevoli, ma non per questo incapaci di trasmettere emozioni intense, a tratti terribili; dotati di precisione ma anche di umanità. Infine, caratterizzati da una buona dose di spersonalizzazione formale, anche se la personalità dell’autore è bene impressa nel contenuto dei testi.


Cercherò di tratteggiare un sintetico percorso tra le due raccolte, non potendo affrontare tutte le tematiche affrontate dall’autore, per motivi di spazio.


In “Verticali” (Einaudi, 2009) Galluccio trasmette al lettore la propria visione del mondo, iniziando un percorso che troverà il proprio compimento più alto in alcune poesie della raccolta successiva: il linguaggio è asciutto, essenziale, e il ritmo del dettato viene impresso dalle cesure del verso, dalla divisione in strofe – la punteggiatura è assente, salvo in alcuni dei testi che sembrerebbero essere cronologicamente anteriori, sia per struttura che per resa formale (in particolare l’intera seconda sezione e i testi in apertura e chiusura dell’ultima sezione).


Già dalla prima parte, “Piano di emersione”, si delineano alcuni dei temi cari all’autore. In primo luogo, il rapporto tra luce ed ombra, che nella visione di un fisico si arricchisce di suggestioni, considerato il ruolo della luce nella fisica moderna, che trascende la simbologia tradizionale: la luce, infatti, è concentrazione di tutti i colori, ma soprattutto rimanda ad Einstein e alla costante della velocità della luce – è dunque un riferimento rassicurante – ma rimanda anche alle teorie quantistiche, alle riflessioni sulla natura dei fotoni – non più onde luminose ma anche particelle, che dunque influenzano l’ambiente circostante. Una luce che sembrerebbe sin dalle prime battute una presenza maestosa, la severa potenza della ragione, della tesi scientifica che trova la propria dimostrazione in natura, ma anche dell’uomo che, attraverso il lume della ragione, riesce a nobilitare il proprio stare al mondo, e a contenere l’incertezza, l’irragionevolezza dell’istinto e il proprio terrore davanti ai fenomeni della natura.

Queste le prime ricorrenze: “la luce massacra l’ombra / sul lato rovescio del pensiero” … “siamo seduti di fronte / in una luce che non abbiamo chiamato” … “la pagina della sua dispersione / si disegnava nella luce precisa fredda / di un esatto mattino” … “non dormi, tremi? sì, per la luce che potrebbe finire” e ancora: la pioggia è “luminosa”, le cicatrici “non danno luce”, “il corpo si fa freddo nella luce lontanissima”, “la luce è una membrana / distorta inerte”.


Proprio l’ultimo testo della sezione conferma la possibile interpretazione di questi elementi: “il paesaggio è chiaro nel sovrapporsi di geometrie” mentre “l’osservatore è nero” … “il baricentro della notte tenta di spostarsi verso la luce”. L’ombra e l’oscurità sembrano rappresentare il non conosciuto, il non razionale, il non dimostrato, che non appartiene tanto alla realtà materiale (regolata da leggi certe), quanto piuttosto alla capacità parziale dell’uomo di comprenderne tutti i più intimi meccanismi: “avrebbero abitato ancora con gli antichi / nell’estate oscura”.


Altre interessanti ricorrenze, che si ripresenteranno nel corso dei due libri, sono il rapporto costante tra “finestre”, e/o elementi che in diversa misura vi si possono associare (inferriate, vetri, ecc.) e il “cielo”, in un particolare rapporto che sembra mimare la visione dello scienziato, attraverso il filtro delle teorie e dell’analisi sperimentale, che si scontra con la potenza dell’indecifrabile mistero della realtà: “noi restiamo muti vapori sui vetri” … “ma appena alzi gli occhi al cielo tutto è certo” … “le finestre illese entrano nei sogni / vanno a stazionare alte contro la vertigine / dove lo spazio preme … le finestre ora galleggiano / sulla superficie del sonno” … o, in particolare: “le inferriate sono buone”, mentre “il cielo è costellato di fratture … il cielo potrebbe / rispecchiarsi nel dedalo / dei possibili nel solco / quieto della decomposizione”. Ancora, “il pendolo che giunge deformato / attraverso il vetro” sembra confermare la possibile deformazione del filtro della ragione sul mondo che ci circonda, come un paio di occhiali, il vetrino di un microscopio, la lente di un telescopio.


Altri temi che iniziano a presentarsi, e resteranno ricorrenti, sono il costante riferirsi a un “tu” indeterminato, che può essere una donna, il lettore, un uomo qualsiasi, o anche lo stesso Autore che si rivolge a sé stesso; e un “noi” spesso presente, che, allo stesso modo, può riferirsi a una coppia, a un gruppo di uomini che condividono la stessa visione, all’intera razza umana. Questo particolare stratagemma soggettivo (che raramente isola il soggetto lirico nella propria esperienza, quasi sempre concentrata nella condivisione con l’anzidetto “tu” o “noi”, piuttosto che in sintassi autoreferenziali) crea un senso di partecipazione e di coinvolgimento, come se Galluccio, consapevole della razionalità lucida di alcuni suoi testi, a volte quasi terribile, volesse evidenziare la propensione umana al contatto, al rifugiarsi nella partecipazione con l’altro: ad esempio, “ora che sentiamo verso la nostra / vacuità vaga acquiescenza” riferisce di una consapevolezza drammatica, eppure condivisa.


Un altro tema che ricorre, e che conferisce un senso di umanità alla lucidità dei testi, è il costante rapporto tra sonno / sogno e veglia / insonnia, che sembra ricordare con un senso di nostalgia la dimensione – a tratti infantile – del ricordo, del sogno, sfumato indistintamente nella dimensione onirica.


In “Proiezioni”, sezione che, come si è detto, appare di precedente produzione, si rincorrono molti dei temi fin qui delineati, con qualche presenza del tema metropolitano, e qualche tratto che evidenzia la fisicità del corpo, quasi anatomica, già presente nella ricorrenza della parola “ossa”: ad esempio, “la città è circa tre chilometri distante … le luci vanno, attratte da altre luci” … “E torniamo allora a riconoscerci le ossa. / Fa male il corpo / l’averlo semplicemente” (tornerà anche nella sezione “Verticali” una “nevrosi d’ossa”).


Continuano i riferimenti alla luce: “diversa era la luce / che colava dalle pareti” … “lungo i lumi della sera” … “quando le luci cadono per non esser state colte” … “le prime luci commemorano / la rassegnazione della gente a vivere” … “fari abbaglianti” … “e ogni luce di pensiero ha un’orma scolpita nella / pietra” … “quella fioca luce si rassegna ad amare / i trasognati passi che malamente rischiara” … “le luci fanno a pezzi lo spazio”. È ancora presente il “noi” cui accennavo in precedenza.


“Georg Cantor matematico” , è la prima poesia dedicata a uno scienziato, le cui importanti scoperte, e la particolare biografia, diventano occasione per una riflessione che va al di là del mero interesse scientifico. In particolar modo, in questo testo si evidenzia la particolare connessione tra numeri irrazionali e gerarchia degli infiniti, e la singolare vicenda umana di Cantor, e il suo avvicinarsi alla religione attraverso la matematica (Cantor identificò diversi tipi di infinito, e in quello “assoluto” riconosceva la divinità).


Dunque è vivo e pulsante il nesso tra fisica e metafisica, scienza e fede, finito ed infinito, determinato ed indeterminato – soprattutto in relazione alla possibilità della scienza di imbrigliare tali fenomeni in formule ed equazioni, per acquisirne una conoscenza più “ampia”, quasi “un controllo”: “i confini il vederli cadere ad uno ad uno”, prelude all’apparizione della gerarchia degli infiniti (che sembra quasi richiamare le gerarchie angeliche), in “un confronto terreno tra infiniti”.


Concetti enormi da possedere, e infatti “l’astrazione rode il riposo e libera i confini / mentre aspirerei a dei contenitori adesso”. Eppure non tutto può essere ghermito dalla ragione: “non so se c’è niente posso solo supporlo … le ceneri che mi portano fin qui / hanno massa sfuggente … non è il padre che mi sostiene / semmai la discontinuità nella rovina … ma ora si spengono le luci … il tempo è incerto né pioggia né futuro.”


Nella sezione conclusiva “Verticali” continua a ricorrere la presenza della luce, della veglia e del sonno (“ma uscii lento dal sonno prematuramente … ma i sonni avevano portato residui consenzienti”, “il rigore della neve / qualcosa che cade nella veglia”, “i dintorni assomigliano terribilmente ad una veglia”) e ancora le finestre e il cielo, che si affacciano sul mondo interno ed esterno, fino alla poesia conclusiva: “Non ho sonno. Non so pregare. … Mi lascio dietro. … conto l’unicità delle conchiglie. … potrei farmi pantano e sonda che pesca / la conchiglia che accoglie tutte le acque.”


Quasi una lucida presa di coscienza, sul finale, sulla propria natura di scienziato, incapace di abbandonarsi al dominio dell’ombra e dell’indeterminatezza – le azioni restano di misurazione, di analisi (da notare i lemmi “conto” e “sonda”), di attenzione verso le cose e la realtà che circonda, senza cedere alla tentazione di trasfigurarla in una dimensione irrazionale, ma senza nemmeno rinunciare all’intensa partecipazione dell’esperienza dello stare al mondo.


In tutto questo primo libro, in diversi testi, serpeggia in una misura che appare forse meno consapevole che in “La misura dello zero”, il tema dell’assenza, della mancanza, del vuoto. Lo smarrimento dell’uomo di scienza di fronte all’indifferenza dell’universo, della sua maestà che sembra annientare l’uomo e la sua piccola esistenza, si inizia ad avvertire in versi come il già citato “sentiamo verso la nostra / vacuità vaga acquiescenza”, o “ciascuno nella sua separazione / lo vede tramutarsi in mancanza”, “verbi resi inabili al presente / non ancora diluiti nell’assenza”, “il verme del disagio / si trascina di stanza in stanza”, “la notte / come pura assenza di sole”, “la distanza crescente irreparabile”, “lasciarsi svuotare sino al fondo”, “le stelle trafelate … si sono immerse / nella dimenticanza cieca”, “nel vuoto appare folla stellata”, “ogni sottrazione solitudine ci assale”, “i passanti che si fermano vengono cancellati / il mattino viene cancellato”, “gli ospiti costruiscono la loro mancanza”. In un passaggio, in particolare, torna l’immagine della finestra, della veglia, e dell’appena citata assenza: “nella finestra adiacente si raggrumano calcoli / formule intasate dal senso di perdita / la veglia copre tragitti / di connessioni emisferiche”.


Si presenta, contestualmente, la tendenza della ragione a dare una misura alle cose, a comprenderle attraverso una formulazione: “quei passi impazienti misurano le stanze”, “ci si misura con distanze diverse” e qui e lì è presente anche “un punto / di inversione / uno zero graduale”. Partiamo da queste ricorrenze per approcciarci al secondo libro di Galluccio, “La misura dello zero”.


Per quanto detto finora, il titolo sembrerebbe suggerire un tentativo di analizzare il fenomeno del vuoto, o meglio della percezione che di tale “entità” ha l’essere umano. Lo zero diventa il segno matematico che l’uomo ha associato al nulla, e diventa occasione di riflessioni esistenziali – sempre partendo dall’occasione del fenomeno scientifico – di particolare bellezza.


Già dalle prime battute della prima sezione, chiamata per l’appunto “Misure”, possiamo constatarlo: “il vuoto sempre un enigma e un mito / abitante con orrore delle prime / domande infantili sull’universo … e quel vuoto sembrava proprio / lì fuori di casa in agguato”, eppure la scienza oggi ci rivela che “il vuoto non esiste / ci sono ovunque fluttuazioni quantistiche”, “perché anche qui lo zero / è una funzione fantasma / un valore esatto che non si può raggiungere”.


Un fenomeno, quindi, che la scienza non riesce completamente a definire, nonostante la percezione potente, risalente addirittura ai primi uomini, e oggi di particolare attualità, per quanto detto nelle riflessioni introduttive.


Ma andiamo avanti: “il modello scende attraverso i rivoli / verso un cerchio concluso / il big bang risplende sulle equazioni / come lo zero singolare / come uno zero che non ha misura” … “quando con la teoria tentiamo / di mettere ordine nell’idea dell’universo / ne accresciamo il disordine totale”, evidenzia Galluccio, in un testo dove l’entropia si manifesta come un’entità ingovernabile, autorevole, di fronte alla quale “ci sentiamo a volte perduti … e proviamo una strana nostalgia / di un ambiente pienamente euclideo” e aggiungerei – squisitamente teorico, e in ultima istanza – impossibile.


L’ideale astratto, per quanto possa sembrare un conforto per la ragione, finisce per rappresentare (persino in matematica, al di là dell’aspetto metafisico) una deformazione della realtà (e penso nuovamente all’immagine della finestra, del filtro della scienza): è operazione assai più complessa affrontare la natura di un universo “non a misura d’uomo”, dove il disordine, il mistero, e la percezione del vuoto che ci circonda non possono essere ignorati o mistificati.


Eppure “trafitti dalla costanza della luce … scopriamo la bellezza / di equazioni simmetriche”. Ancora: “si leva l’invenzione dello zero / sul vuoto finestra quasi ellittica / occasione del niente / quantità e pura meraviglia … pone un numero al vuoto / una misura”. È raro avvertire un tono così sereno, quasi compiaciuto, davanti alla bellezza della comprensione del vuoto – nel nostro novecento poetico il tema è quasi sempre stato occasione di angoscia, di disgregazione, di annichilimento; quasi sempre con accezioni negative.


Questo particolare sentire avvicina la percezione “scientifica” di Galluccio alla filosofia e alla cultura orientale (in particolare del taoismo, o dei filosofi della scuola di Kyoto, Keiji e Kojin su tutti), dove il vuoto non è negazione dell’individuo, ma assoluto potenziale dopo un processo di decostruzione.


Attraverso tale occasione si affrontano problematiche della fisica moderna (“perché l’esiguità di antimateria? / perché tanta la materia oscura …? … regole altre che nel grande vuoto ci portano / e ci lasciano”) ed emerge l’impossibilità di ridurre tutto a un sistema assoluto, perché “tanta parte dell’esistente si sottrae / mentre nutre la nostra meraviglia” (anche qui il tono è estremamente sereno).

Procedendo con la sezione “Sfondi”, il tema del vuoto continua ad essere protagonista, e serpeggia anche un lieve desiderio di annientamento dell’io narrante: accade in “poi liberi affrancati”, ad esempio, dove si evidenzia la bellezza della riduzione dell’uomo a “idrogeni ossigeni carbonii”, o nel passaggio “ti sembra di non lasciare segni”; oppure, quando si avverte “il timore della futura rovina”. In particolar modo, ancora, nell’immagine di “colui che non voleva esserci” nella foto di gruppo, “scarto casuale / tra vuoto e pieno”.


Il contatto umano resta però un conforto necessario, e si avverte in passaggi come “lei senza dubbio illesa / ricuce l’assenza degli occhi dell’altro / l’arco di parabola della caduta”, ma anche nel continuo rimbalzare tra quell’imprecisato “tu”, “noi” e “lei”, o nei verbi declinati al plurale. Ma Galluccio lo ribadisce: “ciascuno entra nei sogni con l’abbandono e il sollievo / di essere una solitudine”.


In “Matematici” il poeta napoletano ripropone alcuni testi dedicati a illustri menti della scienza e della matematica, occasione di riflessioni di grande interesse. Su ognuna di esse ci sarebbe molto da dire, tanti sono i riferimenti ai sistemi scientifici e alle vicende biografiche di ciascuno.


In estrema sintesi, in “Pitagora”, la ragione consente una perfetta coscienza della morte e della vita, in un “cielo senza disastri”; in “Evariste Galois” le sofferenze della vita portano a un desiderio di ordine, a una tensione verso un “certo miraggio di bellezza”, quasi salvifica, che si scontra con la sorprendente drammaticità dell’esistenza, avulsa da ogni astratta riflessione teorica; in “Kurt Gödel”, i suoi teoremi di incompletezza (“nessuna teoria matematica coerente / può dimostrare la sua stessa coerenza”) diventano occasione per evidenziare che la scienza non basta, che il controllo assoluto dei fenomeni è impossibile, e che l’universo ingenera smarrimento nella sua incertezza e indeterminatezza (“indeterminato e indecidibile / fanno irruzione nel mondo”), a doppio filo con le paranoie alimentari dello scienziato, che lo portarono a morire di inedia.


È quasi una parabola: con l’aumentare della conoscenza non si fa che avere maggiore consapevolezza della impossibilità di contenere razionalmente tutti i fenomeni naturali, e aumenta lo sforzo di trovare un punto di equilibrio che impedisca alla ragione di precipitare.


Nella penultima sezione, “Transizioni”, si riprende immediatamente il tema già ampiamente discusso nella prima metà del libro: “un passo più in là e trovi il vuoto / i frammenti che si radunano … la ragione che vede la sua casa / e nella stanza più piccola / il vuoto”.


Interessante un passaggio dove “le finestre diventano i nostri occhi … ritorniamo bambini … bambini fortunati che possono / ricordare di essere stati adulti”: qui c’è una leggera nostalgia verso un sentire innocente, incorrotto dal morbo del pensiero, dalle consapevolezze della ragione e della scienza, quasi un obiettivo da raggiungere per ripristinare una serenità perduta. Sembra una conferma: fare il vuoto con un processo di decostruzione, per poter rivivere quel senso autentico delle cose con un ricordo cosciente di “quell’essere stati adulti”, che tante afflizioni comporta.


La tentazione di auto annientamento, di cedere alla dispersione, è una sensazione cui è possibile resistere attraverso il ricordo della visione del mondo senza quel “filtro” della scienza, della ragione, che diventa una serenità da recuperare, nella maturità, nonostante “chi ricorda è perduto”, nonostante “non tutto è sogno”, perché “il passato racconta la tua storia”.


Ancora, in questa sezione, come nel resto del libro, ricorrono spesso le dicotomie sonno / sogno e veglia, o la simbologia della finestra e del cielo, o ancora la presenza del termine “ossa”, con una serie di leggere sfumature di significato che aggiungono frammenti alla visione di insieme: un’analisi di tutte queste ricorrenze nel dettaglio richiederebbe però un intervento ben più ampio.


Arriviamo infine a “Curvature”. In questa sezione si profila l’ombra di una perdita, di un’attesa, se non di un’esperienza ospedaliera, che in qualche modo evidenzia il valore dell’essere vivi (“e malgrado tutto l’essere stati in questa vita”).


Ancora è forte il tema principale, vissuto in qualche modo “al passato”, come in un momento di forte pericolo ormai superato, ad esempio in “ho temuto il vuoto la sua forza attrattiva … come nel sogno dell’ascensore / che non si ferma al mio piano prosegue … e sfonda il tetto / e io mi sento perduto”, o in passaggi come “arriverai tardi in questo spazio / che del vuoto non ha la meraviglia e il terrore”, “e mentre lo dicevi cadevi nel vuoto”.


Continuano a ricorrere e a confermarsi temi cari all’autore, come in “il disegno è lì per essere cancellato” o “occhi che si affollano alle finestre”.


Particolarmente significativa è la chiusa della raccolta: “la capacità di riflettere nello spazio / la nostra albedo”.


L’albedo, in fisica, è la “frazione di luce – o in generale di una radiazione – che viene riflessa in tutte le direzioni” (la misura della capacità riflettente di una superficie): quindi la “capacità di riflettere” dell’uomo (“nostra”, di nuovo un’espressione che evidenzia il coinvolgimento di autore e lettore), e dunque di ragionare, ma anche di restituire il mondo attraverso una propria rielaborazione, in ultima istanza diventa la caratteristica di valore dell’essere umano, che non lo rende insignificante, trasparente, ma anzi nobilita il suo stare al mondo.


E anche in questa riflessione finale, indirettamente, Galluccio coinvolge il simbolo della luce, un qualcosa che investe l’uomo, lo inonda, e viene infine riconsegnato all’universo (che “non potrà sapere / di essersi riassunto per un periodo limitato / in una sua minima frazione”) attraverso l’esperienza umana, con tutto ciò che essa comporta, al di là della speculazione scientifica e della ragione – nella felice ambiguità del termine “riflettere”.


Una luce che brilla in particolar modo, nella vastità del vuoto circostante, e che ha la capacità di orientare e di creare connessioni tra gli uomini – tra di noi.

Mario Famularo

Da “Verticali” (Einaudi, 2009)

***

da rupe in inverno

dalle nude costruzioni spartite in fango

che acquiescenti il tempo marca

si guarirà con tentazione

di amaro sulla lingua

celibe e povero il volto

pietra di lieve ancoraggio

mentre il verme del disagio

si trascina di stanza in stanza

per un divaricarsi alieno

per le quattro parole posate in celle

per una lingua straniera e densa

era notte anche prima

quando troppo in fretta le orme

future sembrarono dire pace

le inferriate sono buone

e il tuono è caldo

ma ci si potrebbe mai dire

stupiti a sole e pioggia

per arenarsi contratti

sopra un verbo

nei rami radici

sul poco ancora azzurro

il cielo è costellato di fratture

ora il cielo potrebbe aprirsi

ora

non temere lo zenith

il cielo potrebbe

poi spargersi sulle nuche rigate

ora il cielo potrebbe

rispecchiarsi nel dedalo

dei possibili nel solco

quieto della decomposizione

***

il paesaggio è chiaro nel sovrapporsi di geometrie

l’osservatore è nero

l’iride immobile entro lo spazio non misurato

ci sono masse che assorbono lentamente forma

la domanda resta inchiodata contro il residuo oscuro

il baricentro della notte tenta di spostarsi verso la luce

i ricordi si insediano nella regolare geometria del tempo

la composizione spinge verso la metrica

il timore si affolla alla porta del silenzio

***

Non ho sonno. Non so pregare.

Accolgo la solitudine di ogni singola onda.

Questa casa ha guscio di rapina

e tentazione lunare. Non ha scale

da scendere, sono nella terra friabile

la rena scardinata. Mi lascio dietro.

Le orecchie sono pietre, i vestiboli

le vere scale dove ci si affolla. Se qualcuno dicesse

che c’è un domani distinto

da questa impronta lo sentirei menzogna.

Le solitudini sfilano sul bagnasciuga.

Non ho sonno. Conto l’unicità delle conchglie.

I talloni scavano sotto la colonna

potrei farmi pantano e sonda che pesca

la conchiglia che accoglie tutte le acque.

***

Da “La misura dello zero” (Einaudi, 2015)

***

il vuoto sempre un enigma e un mito

abitante con orrore delle prime

domande infantili sull’universo

quando uscire dalla casa è pensiero

e l’oltre era segnato

dall’incubo dell’abbandono

e quel vuoto sembrava proprio

lí fuori di casa in agguato

un agguato lontano e incombente

un allontanarsi da cieco

o muoversi senza ragione

abbandonando i punti cardinali

oggi sappiamo che il vuoto non esiste

ci sono ovunque fluttuazioni quantistiche

ovunque perturbazioni di campo

che fanno apparire fotoni o materia

perché anche qui lo zero

è una funzione fantasma

un valore esatto che non si può raggiungere

***

trafitti dalla costanza della luce

ripensiamo i nostri moti relativi

la solitudine è sul carrello in movimento

che ci porta lungo lo spazio

non piú indipendente

la distanza della sera

si dilata e contrae

in un tempo in cui scopriamo la bellezza

di equazioni simmetriche

***

contro gli eccessi dei luoghi aperti

che portano strade di troppe cifre

si leva l’invenzione dello zero

sul vuoto finestra quasi ellittica

occasione del niente

quantità e pura meraviglia

si pone fermo ad impedire

ogni tentativo di moltiplicazione

varco di sbarramento ai naturali

simbolo da eresia

pone un numero al vuoto

una misura

***

quando sei lontano segni tutte le ore

qui i soffitti si inarcano

per timore della luce

qui hai portato la tua lingua sdentata

abiti la casa che hai dimenticato

un passo piú in là e trovi il vuoto

i frantumi che si radunano

passi di meno all’indietro

e quando ti volti

aria

c’è un racconto che appariva veloce

i giorni lasciati liberi dalle nebulose

dopo la notte intenta

lo portava la madre

il richiamo scivolava nel verde

cosí forte che il sentiero poteva distrarsi

nella sua concretezza di argine

lo faceva fiorire

di dettagli credibili

piú tardi gli sconfinamenti dei libri

la ragione che vede la sua casa

e nella stanza piú piccola

il vuoto

***

c’è una misura nella pietra

che si alza e risplende

un tocco che era stato troppo presto diviso

gli occhi confusi con la schiera di luci

nel fragore che non mi avevi detto

il tuo corpo arriva come corpo

e si distende sul letto

la pietra è già levata abbastanza

nell’aria tiepida come un insieme di domande

scaviamo nell’unico tempo presente

ciascuno di noi entra

nell’accoglienza dell’altro

le finestre diventano i nostri occhi di verde

in una sera che tarda ad imporsi

per la distesa chiara figura senza ostacoli

ritorniamo bambini

conservando la nostra gabbia toracica

e l’imbarazzo delle ferite

bambini fortunati che possono

ricordare di essere stati adulti

***

un’auto ha sbandato malamente

in una curva a tornante

ho temuto il vuoto la sua forza attrattiva

per l’incolumità del tutto

per l’innocenza di noi della scena

l’inverso di quando temo di salire io troppo in alto

come nel sogno dell’ascensore

che non si ferma al mio piano prosegue

ai successivi nemmeno si ferma

e sfonda il tetto

e io mi sento perduto

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