"Temeraria gioia" di Eleonora Rimolo (Ladolfi, 2017) - di Mario Famularo

Temeraria Gioia (Ladolfi, 2017, prefazione di Gabriella Sica, postfazione di Francesco Iannone) è la terza prova poetica di Eleonora Rimolo, dopo Dell’assenza e della presenza(Matisklo, 2013) e La resa dei giorni (AlterEgo, 2015, Primo Premio poesia giovani “Europa in Versi”): “una poesia cruda e impietosa”, introduce la prefatrice, che vuole sottolineare “l’irregolarità abnorme e oscura del fato che infrange e spezza il corso naturale delle cose”.


Sin dal titolo, traduzione dell’oraziana insolens laetitia, si delinea con precisione il perimetro del progetto, declinando, nelle diverse sezioni, il medesimo tema protagonista: una gioia insolente, sfrontata, legata a doppio filo con la malinconia di un passato perduto, con la constatazione di una realtà presente con cui è difficile conciliarsi, e con l’accettazione serena della destinazione ultima di tutte le cose, e della loro precarietà.


Una gioia – che in parte rievoca “L’allegria” di Ungaretti – che è appunto di naufragi, quasi una reazione (una conseguenza?) al dissesto esistenziale, una forma di resistenza residuale, dopo una lunga e ineluttabile consunzione, che consenta la sopravvivenza e il superamento di ciò che appare ostacolarla in modo invincibile.


È già nell’etimo delle parole oraziane questa chiave di lettura, dove insolens sta anche per insolita, inaspettata, oltre che per impertinente, sfacciata; una gioia, insomma (anche se laetitia mi lascia intravedere un abbandono, una serenità, come quella del mare senza onde, ma anche una fertilità creativa), che sembra quasi imporsi sulla frammentazione del senso contemporaneo, come la preghiera del coro si imponeva sul sacrificio di sangue nella tragedia greca, in modo ieratico.


La prima sezione è introdotta da un esergo di Callimaco: “C’è, lo giuro su Pan, un fuoco nascosto da qualche parte / sì, lo giuro su Dioniso, un fuoco sotto la cenere”. E penso, per quanto possa apparire inconferente, al carattere 無 (wu, in cinese, mu, in giapponese, per indicare la negazione, il non-esserci, “senza”, “non” – ma è un’accezione ampia e differente da quella della nostra lingua) e, soprattutto, all’origine della stilizzazione dell’ideogramma: una balla di fieno e un fuoco sottostante, ad indicare ciò che rimane dopo l’azione del fuoco: niente. Un niente che viene mostrato attraverso un qualcosa, attraverso l’azione che lo realizza, in stretta relazione ad un processo, e non inteso come fondamento o principio assoluto.


In questa prima parte immediatamente si impone la ricorrenza del mare e dell’errare, e la sotterranea inquietudine che finisce per vestire la realtà (e in particolare l’elemento marino), in cui la Rimolo identifica un altrove indefinito e originario, attraente e mortale.


“Madre ancora / questo indefinito radicale … e tutto si somma / dentro una sola grande onda … niente vale la pena se non il punto / esatto in cui tutto / ebbe inizio” ed ecco l’azione originaria, per cui gioire senza soffermarsi in pericolose speculazioni, “… perché bisogna / uscire in fretta dal mistero / senza guardarsi le spalle”, richiamando con Orfeo anche l’invito al noli respicere, anche se l’istinto porta a desiderare “di rientrare col mio / morbo d’affetto / nella culla dell’acqua”.


Altrove ricorrono “visioni di un altrove che mai / raggiungeremo … solchi tra un punto e l’altro / della lacerazione … piatte distese di mari / infestati … piogge portentose”, persino “la sirena / che ti chiamava a sé … attratti dalla marea … abbandonarsi / nel sonno alla strage” a confermare l’identificazione tra l’elemento marino e l’aspirazione lacerante a un altrove irraggiungibile ma attraente, materno, che sembra suscitare al contempo una gioia straziante e una nostalgia morbosa.


Non è un caso che la Rimolo, dottoranda in Studi Letterari presso l’Università di Salerno, abbia approfondito, nel corso dei suoi studi, il sentimento della saudade nella letteratura portoghese, e in particolare l’opera di Pessoa e di Tabucchi. Questo intraducibile sentimento, misto di piacere sottile e di malinconia pungente, citando Ruben Darìo, di “nostalgie … ebbre di fiori” e di “dolore … triste di feste”, insieme al pensiero di ciò che poteva essere e non è stato, con un forte senso del sogno e della perdita, permea la raccolta della giovane autrice, risolvendo quella che a prima vista può sembrare una contraddizione.


Lo stesso si dica relativamente al ruolo del mare e del navigare (e dunque dell’errare e del naufragio), così rilevante e ricorrente in questi versi, che la Rimolo stessa definisce “figurativa rappresentazione della saudade”, in quanto “il mare acuisce ogni desiderio, perché lo svuota di tutte le sue possibilità”, in una relazione di attrazione irresistibile, dove piacere e dolore si intrecciano in un sentire altro: navigare necesse est, vivere non necesse – una massima ripresa proprio da Pessoa.


Altro elemento tipico che ricorre in questi versi, familiare alla saudade e alle sue declinazioni, è la presenza di figure perturbanti, inquietanti trasfigurazioni dell’assurdo e dell’inconscio, incarnate in pesci, acqua stagnante e torbida, (certamente un omaggio a Tabucchi, insieme a un “angelo nero” – ma non si può non pensare all’anguilla di Montale o alla trota sannita di Alberto Toni).


“Un gorgoglio ci ricorda che esistono ancora le fogne … mari infestati … un rozzo pezzo di stagno … piccole anguille / oleose e dormienti che / non esistono, perché / non guizzano … vedrai / dalle fogne risalire la cernia … il gufo sporgersi dall’osso / pregustare quel manto / cavo di carne … una mano armata a stento / della carcassa di un topo”, molteplici incarnazioni dell’inquietudine, di una sofferenza pungente, che emerge dalla dimensione del sogno, dell’inconscio, per farsi immagine mostruosa del malessere e del turbamento.


E la gioia? In questa prima sezione, in “tutto questo errare”, si inizia ad intravedere il piacere pungente del ricordo, la nostalgia del passato, come nel testo “Avvolta in fragranze di limoni vorrei …”, un omaggio alla figura del nonno, certamente un riferimento (“e – solo – il tuo amore fa ruggire / a me dentro tempesta”), o nel rievocare, anche solo un attimo, “il sapore / infantile del godimento”; oppure nel compiacersi del momento, raro, di serenità presente: “Ma siamo qui, / e me lo ricordi / senza equivoco … e la cifra delle malinconie / si azzera”.


Lo sforzo di comporre le forze confliggenti si manifesta in una tensione che, oltre alla saudade, rievoca lo struggimento della Sehnsucht, del longing: “e aspetto, infinitamente aspetto, che si compia il gesto supremo … tutto indicava che il rito / stava per compiersi … anche ora che non sei / più niente”, anche se “non abbiamo una casa” … “c’è l’estremo / tentativo di conciliare la vita / con la violenta gratitudine di morire”, c’è la consapevolezza che “ogni cosa / ricade nell’accadersi e si concentra / in un solo segreto sorriso”.


E ancora, “ripensare ai bambini così”, immersi nella gioia dell’incoscienza, “attratti dalla marea … sereni e vuoti quei pensieri / sul pelo dell’acqua … percepire della leggerezza / la puntura, subire la letizia / senza piegarci mai.”: subire la gioia – arrendersi ad essa, piuttosto che cedere ai suoi rovesci, anche se vissuta con il morso della nostalgia.


È una gioia che resta, in ogni caso, una reazione a un’irrequietezza congenita, sigillo di una mancanza, di una perdita originaria: “un’inquietudine suggerisce / che ti ho perso … amarti è di nuovo covare / la nausea del non capire” – ciò nonostante, “oggi la gioia / scorre dai tornanti della gola … ci orienta al sole”: il peso del passato deve risolversi nell’oggi, deve ricordare l’invito a non voltarsi indietro, al noli respicere, proiettandosi nell’ora.


Nella seconda sezione il percorso intrapreso continua in modo coerente: la Rimolo si concentra sul presente, conservando un’insoddisfazione inquieta, nella consapevolezza “che non si può bastare a nessuno … crederemo di non aver visto / abbastanza”, testimoniando “la rovina / conquistare le stanze”, mostrando anche un’attrazione verso la fine, (in fondo un ulteriore altrove), “come se / si potesse invecchiare … ancora / dopo la morte, per coccolare / questa grazia infinita / del finire.”


Tra “scarnificazioni … si va incontro alla dissolvenza … sempre dovuta, / sottintesa la notte”, cercando “fiori di pane” … “nella cecità amo, / amo senza misura”, estraendo il ristoro “dal grumo impietrito / della nostalgia”: la consapevolezza della finitezza e della precarietà delle cose, dell’oscurità della destinazione estrema, guida ragionevolmente verso la gioia, temeraria perché deve essere osata, insolens perché non solita, non prevedibile, nell’affrontare condizioni di frattura esistenziale – un’altra volta, sembrerebbe più semplice abbandonarsi al rovescio della gioia, che, anche per questo (o forse proprio perché tale abbandono è stato già ampiamente vissuto), è temeraria – quasi una forma di resistenza.


“Infine il regno si è espanso: / ormai possiede i mari … in cui si occultano / migliori malinconie // ma il porto è segreto / nessuno sa / dove salpare.”: è sempre presente il mare, richiamo all’indefinito e all’irraggiungibile e, in uno dei testi caratterizzati da un qualche richiamo urbano (non è l’unico), la Rimolo lo dichiara apertamente: “a noi piace il mare”, qui dove “pure le periferie sono insignificanti … paralizzate possibilità”. Nella paralisi, il viaggio, il naufragio, l’annegare persino, non possono che esercitare una forza attrattiva irresistibile – forse – predestinata.


Arriviamo così all’ultima sezione del libro, il cui titolo proviene da un’altra citazione oraziana: “Pulvis et umbra”, monito della finitezza della vita e delle cose umane, che in qualche modo richiama quella cenere che introduce la raccolta. Sembrerebbe, nuovamente, un invito a concentrarsi sull’attimo raro di felicità, prezioso proprio perché fragile e precario, “sul bordo tagliente della gioia”: quel fuoco sotto la cenere, anche se nascosto.


Ricorrono i riferimenti all’elemento marino e all’errare, “passino dal canale tutti quelli che devono / salvarsi, non importano le acque sanguigne / qui si naviga ancora ad oltranza / qui si revisionano i magnifici oblii, si pone / rimedio perfino alla stanchezza del piangere”.


E ancora, in una poesia che è quasi una preghiera, la Rimolo chiede ai suoi dèi “solo che non sottraggano / la fonte alla sete, che allontanino la tristezza / del non essere più, del non volere più … perché non sembri / prosciugata la madre corrente, la suprema viandante”: la consapevolezza della condizione umana, del suo dinamismo, porta al desiderio di non perdere l’origine del dissidio (che si personifica in un principio femminile, materno), l’essenza del turbamento che porta al viaggio senza fine verso l’irraggiungibile; lo stesso desiderio – lancinante, è vero – anche se è consapevole dell’inevitabile disfatta (“ora il tuo unico dovere è il naufragio”), non è disperato, non è indolente, au contraire – rinnega la stasi, osa il gesto, la gioia, anche effimera, di un momento, essendo pronta al proprio sacrificio (“io invoco, io convoco / il mio mito, il mio sacrificio”), in un abbandono che ha i connotati della comunione.


È la conferma della saudade, della Sehnsucht, del navigare necesse est, ma anche di quell’aspetto sacrale cui si accennava all’inizio.


E difatti: “presto uno sciame malato di sussurri / ricostruirà la preghiera”. Anche Iannone, nella sua postfazione, legge la gioia della Rimolo come “tenace, sanguinaria”, vedendo il suo punto di forza in un “tendere” (ripenso al longing struggente cui accennavo sopra) “verso qualcosa di desiderato” (e aggiungerei, impossibile – irraggiungibile).


Il mosaico appare completo. La temeraria gioia della Rimolo non salva, è consapevole dell’ineluttabilità dei destini umani, ed è proprio questa coscienza a corrompere, di un veleno dolcissimo e irrinunciabile, ogni momento di dolore e di serenità, in una compresenza di piacere e patimento, che si intrecciano in un fortissimo sentire, in un dinamismo attivo che si fa carico del passato, dell’incertezza, dell’indecifrabile, ma che osa il gesto nel presente, senza precipitare nel vuoto di senso e nella certezza del dissolversi nel futuro – una destinazione mai negata, e anzi testimoniata con lucidità.


Una raccolta che mostra la forza della parola, che tratteggia in ultima istanza la necessità del gesto, del cogliere il frutto dell’ora prima del suo imminente inasprirsi, che trasmette un’opera consapevole della tradizione – e non tanto da un punto di vista formale (e anche la forma è estremamente misurata e precisa, e adeguata), quanto di sentimento e spirito – ma non per questo meno sentita, e viva.


Mario Famularo

Madre ancora questo indefinito radicale viene a chiederci uno sconto di pena, e tutto si somma dentro una sola grande onda: – ed era vero quel che mi dicevi mentre mi iniettavi la vita: niente vale la pena se non il punto esatto in cui tutto ebbe inizio: perché bisogna uscire in fretta dal mistero senza guardarsi le spalle – ma Orfeo chiama la morte, in fondo, mentre chiedo solo di rientrare col mio morbo d’affetto nella culla dell’acqua, maschera impura e geniale. Ripensare ai bambini così, molte fasi lunari da attraversare col brillio dei piedi piccoli diamanti della costa ornati e alcune sere davanti accaldati dopo il gioco poi attratti dalla marea, a mano a mano che monta l’estate sereni e vuoti quei pensieri sul pelo dell’acqua viaggiano ed il tempo ci occorre adesso per gonfiare i petti e rincorrere dalla fine dell’orizzonte le idee che crescono: percepire della leggerezza la puntura, subire la letizia senza piegarci mai. Amarti è di nuovo covare la nausea del non capire, è l’aver smarrito il sentiero scavato dall’aratro, è chiederti quanti sono i superstiti, spegnere la luce, abbandonarsi nel sonno alla strage. Se diventeremo ciechi io e te crederemo di non aver visto abbastanza di non averci visti a sufficienza come se si potesse invecchiare oltre la sufficienza, invecchiare ancora dopo la morte, per coccolare questa grazia infinita del finire. La morsa che stringe ogni giorno tra le costole io attendo mi lasci svanito in frammento appena davanti la tua casa: vedrai che tormento, vedrai dalle fogne risalire la cernia, il gufo sporgersi dall’osso pregustare quel manto cavo di carne, la rovina conquistare le stanze, calare in anticipo la notte barbara. Si va incontro alla dissolvenza un venerdì di novembre con in tasca quella sola chimera: eppure si va ancora, perché si deve, perché tutto va medicato finché c’è terra da occupare e cataclisma, col nostro secchio di latte e vino, sempre dovuta, sottintesa la notte. Infine il regno si è espanso: oramai possiede i mari più vasti e le conche primitive in cui si occultano migliori malinconie ma il porto è segreto nessuno sa dove salpare. Passino dal canale tutti quelli che devono salvarsi, non importano le acque sanguigne qui si naviga ancora ad oltranza qui si revisionano i magnifici oblii, si pone rimedio perfino alla stanchezza del piangere. Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano la fonte alla sete, che allontanino la tristezza del non essere più, del non volere più, feconda, come chi calibra i propri innesti con quelli della terra, perché non sembri prosciugata la madre corrente, la suprema viandante: se questa è la promessa io invoco, io convoco il mio mito, il mio sacrificio.


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