"Principio verticale" di Marco Tufano (96, rue de-La-Fontaine, 2017) - di Mario Famularo

L’esordio di Marco Tufano per la rue de-La-Fontaine Edizioni, Principio verticale (2017, prefazione di Eleonora Rimolo) è una raccolta che colpisce per la sua omogeneità formale e contenutistica, e per la particolare attenzione riservata al mondo circostante, piuttosto che a un lirismo ombelicale o esclusivamente autoreferenziale.


La prefatrice con puntualità individua i tratti caratteristici della sua scrittura in uno “sguardo consapevole ma timoroso”, rivolto a “silenzi di mille / periferie tristi, mere oggettività prive di logica”, in testi che “non salvano e non profetizzano”, tra la ricerca “di un principio di somiglianza” e “il timore della dimenticanza”, “con uno sguardo lapidario all’eterno” nel tentativo di riportare nella dimensione della parola una realtà che appare ricolma di scarsità e di insignificanza.


È interessante riscontrare come nella maggior parte dei testi di questa raccolta siano ricorrenti termini che si riferiscano al viaggio, e in particolare a treni e ferrovie, contestualizzando il dettato in un percorso che diventa testimonianza del mondo della periferia urbana, con tutte le sue miserie umane, ma anche del disperato bisogno di un contatto, che sembra sottostare a quelle parole che la Rimolo ha definito “a metà tra il perturbante e l’annichilente”.


Già nel primo testo questi elementi sono sintetizzati in modo emblematico: “Li ho visti scendere / dai regionali in subbuglio … tornavo per osservare / come tutto si muove / mentre io resto immobile / ad ascoltare un malato di cuore / che mi racconta la sua fame d’aria … Sono andati via, / … e sul mio volto / le impronte del loro passaggio.” (si ricordi la parola impronta, ricorrerà successivamente).


La verticalità dello sguardo di Tufano, che sembra perforare il mondo che lo circonda, sembra essere a sua volta trafitta dall’orizzontalità del paesaggio, da un “cielo parallelo /un orizzonte lontano”, “nell’immensa prospettiva distesa”, in un “gioco di sguardi nel vuoto di vetro”.


L’equilibrio tra il punto di vista dell’osservatore e l’oggettività della realtà osservata rasenta la fusione con l’urbanità di periferia che viene raccontata: a volte sembra quasi che l’autore non sia presente, che a parlare sia il marciapiede della stazione che testimonia il passaggio convulso di persone frenetiche, di anziani senza aspettative, di ragazzi arresi alla propria miseria, consapevoli di essere ignorati da tutti i loro simili, “ciascuno solo / in una moltitudine di dissimili / come noi”.


“Cade verticale / lo sguardo” di Tufano, “dietro il vetro / dell’abitudine”, da cui sembra osservare con pacata lucidità la realtà del mondo suburbano.


E i mille gesti della vita quotidiana, delle persone care, dei dimenticati, di chi vive ai margini, si incarnano nella parola, nella responsabilità del poeta che cerca di recuperare un posto nel mondo e un senso a delle esistenze che ne appaiono prive in modo irrecuperabile.


Perché questa è la prima conseguenza dell’osservazione verticale, attenta, lucida ma silenziosa, di Tufano: una inarrestabile e annichilente perdita di senso, uno smarrimento esistenziale che sembra non offrire possibilità, pur se riportata in modo sommesso, quasi sussurrato.


Non si tratta di una dimensione interiore del nostro autore (non esclusivamente, o almeno: più che introspettiva, introiettata), ma di una criticità che travolge tutto il mondo circostante, di cui il nostro si fa testimone, partecipe, fondendosi allo stesso tempo con la scena dove, freneticamente, tutte queste vite e gesti hanno luogo.


Tra i “silenzi di mille / periferie tristi” si assiste alle “vanità affini / sul sagrato dell’esistenza”, dove “gli occhi dei cani … implorano / di restare distratto” per non farsi travolgere dalla consapevolezza della miseria, “sotto un buio pneumatico”; “i ragazzi e le macerie inutili” dei palazzi in costruzione sembrano ricordare “il male di vivere, la vanità / nuova per questi anni indecenti”, dove il “gelo del vuoto” separa e costringe ad aggrapparsi alla prima ringhiera per non sentirsi precipitare.


I momenti felici vengono vissuti con la consapevolezza della loro finitudine e della loro futilità, come in un sentore di gioia mutilata, nel già citato timore della dimenticanza, dove ogni frammento del viaggio sembra essere “un’altra particella insignificante” … “in un mare di cemento”.


“In questo eterno finire” che sembra consumare il senso di ogni cosa, nel continuo percorrere che si fa viaggio e testimonianza, ecco però un punto di svolta: “ogni cosa ha senso solo / se ne lasci l’impronta”, impronta che diventa, attraverso il gesto della parola, traccia vivida del sentire umano e della propria disperata necessità di stare nel mondo, e di recuperare un contatto significativo con l’altro da sé, e con la propria epoca alienante.


Non credo sia un caso che la parola impronta – ma si ricordi anche il testo in apertura della raccolta – ricorra in un altro passaggio positivo, “impronta fatale / di un principio di somiglianza” (impossibile non pensare a “La somiglianza” di De Angelis), quasi una dichiarazione di avvicinamento e di possibilità di comprensione e solidarietà, in un mondo che appare un formicaio impazzito e desolante, nonostante “la vulnerabilità di tutto / al cospetto del niente”, che consente infine “un sorriso di superficie, lieve”, in un conforto forse amaro, ma consapevole.


Certo “è la strada, bisogna risalire”, perché la consapevolezza che realizza la frattura esistenziale di montaliana memoria, perdurata in gran parte del novecento, oggi è più attuale che mai, e probabilmente ancora più annichilente e assoluta; ma lo sforzo dell’uomo, e del poeta in particolar modo, dovrebbe essere proprio quello di andare a fondo, per riportare, anche con inaspettata durezza, le incrinature più profonde del proprio tempo – che, oltre a divenire testimonianza attraverso la parola, possono essere anche prospettiva di riparazione.


Mario Famularo

Li ho visti scendere dai regionali in subbuglio che arrivano dal capoluogo e me ne andavo ma poi tornavo per osservare come tutto si muove mentre io resto immobile ad ascoltare un malato di cuore che mi racconta la fame d’aria in un estate dai capelli sfiorati e le mani sudate. Sono andati via, arrivati o partiti, e sul mio volto le impronte del loro passaggio. Non sono in grado di dare un senso alle cose ma a queste tastiere stuprate porto l’insulso dei giorni e ne perdo di tempo mi guardo allo schermo il carattere dodici che ho scelto e le vanità affini sul sagrato dell’esistenza. Di forme geometriche distanti i flussi dei pendolari si diradano in pochi segmenti arancio, densi più degli scontrini macchiati, dimenticati sotto la marca di un caffè tra me ed un bancone ed un gioco di sguardi nel vuoto di vetro ma in mezzo agli alcolici ed i codici a barre era un calpestio il ritorno dalla puzza di piscio a casa un sottopasso ferroviario di provincia ingoiarsi la ruggine dei temporali. Viviamo per vocazione alla fine dei giorni nelle abitazioni con i mobili in design senza sapere cosa ci stia annegando legati alle architetture degli altri, corpi equidistanti e docile sui muri un alone diverso dal resto: l’impronta fatale di un principio di somiglianza. Restare sulle punte di una goccia di pioggia fino al suolo nella voluttà sferica e cade verticale lo sguardo fertile dietro il vetro dell’abitudine sfuma nel delirio senza punti di fuga. Stanche le stagioni degli occhi pioveranno illusioni commerciali. La colla era tra le dita ne modellavi i residui di sporco, si compattava, avresti lavato via le tracce impercettibili di detriti ma ogni cosa ha senso solo se ne lasci l’impronta. Ho ancora l’alone del silicone ad eterna memoria sul marmo di casa, mi ricorda l’odore di quel luglio tradito, nei miei sguardi di parte. Da qualche parte si doveva pur cominciare a rassettare in fretta le stanze di sera, sui sensi di colpa, sulle pareti oppresse dalle bandiere i libri lasciati a vivere e a farsi dei miei sguardi fugaci. Avevo riposto le mie due buste di rifiuti organici settimanali all’ombra del nuovo lampione, all’aria chiara di un giorno qualunque la vulnerabilità di tutto al cospetto del niente mi sospinse, lascio lo sporco intestino alle cose ed un sorriso di superficie, lieve.


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