Appunti preliminari su "Autoritratto" di Giancarlo Sissa - di Luca Cenacchi

È per me difficile poter dire qualcosa che risulti rilevante e, quindi, possa illuminare con pertinenza particolari imprevisti della poetica di Giancarlo Sissa, poeta mantovano, classe 1961, che ha ricevuto da sempre insigni attenzioni.


“Autoritratto” (Italic, Ancona 2015) è un libro che evidenzia, anzitutto, il percorso esistenziale e poetico di un uomo che ha sempre scelto di vivere a stretto contatto con le persone e, dunque, tende a registrare, spesso anche dialogicamente, le loro esperienze, facendo così emergere in filigrana anche la propria.


La fisionomia che emerge da questa auto antologia è complessa. In questi brevi appunti si cercherà di delineare per sommi capi come Sissa, muovendosi nel rapporto fra io e società borghese, tematica centrale del maestro dell’autore (Giovanni Giudici), imponga la sua autonomia in una precisa postura, che si rivela sospesa fra antieroismo ed eroismo. Questo particolarità permette all’autore di elaborare e screziare il proprio dettato con una elegante polemica, volta a riabilitare l’immagine del reietto di fronte alle imposizioni asfittiche della società borghese. È in questo delicato nodo che emerge il collegamento con certa produzione Beat e in cui Sissa delinea la propria autonomia, seppur sempre ossequioso delle orme lasciate dal maestro, rispetto alla remissività che caratterizzava il neocrepuscolarismo del primo Giudici.


Il percorso del nostro autore inizia con la sezione “Laureola” dove il dialogo con un “tu” femminile appare diluito in un più ampio quadro di spaccati semi-agresti. In questa parte del percorso, di ascendenza trobadorica[1], come è stato notato nel commento da Bertoni, Sissa delinea elementi particolari, che saranno poi ricorrenti (le foglie, l’erotismo insito nella neve, la funzione limbica del bere, il sonno e il sogno ecc…).


Ciò che colpisce di questa sezione, oltre la musicalità spontanea, è la particolare tensione metaforica che innerva la descrizione, stendendovi sopra una patina di visionaria meraviglia, proiettata dal poeta su quegli scorci, rappresentati con l’auroralità ingenua dell’infanzia che ne fata le immagini. In questo ambiente quasi incontaminato, dove non pare udirsi nemmeno il fischio del treno, la città non è altro che una nota a piè di pagina pensata dal velo[2], o un vento che irrita i campi di grano[3]. Non è un mondo, tuttavia, affrancato dalla sofferenza. Questo si nota, specialmente, nell’episodio della “donna spogliata”[4], che preannuncia come l’occhio del poeta privilegi il rilievo dell’esperienza umana.


La sofferenza di questo personaggio pare avere, qui, nella logica del Nostro, un valore positivo di pregnanza emotiva, in rapporto alla insofferenza del cittadino medio e i suoi pregiudizi, che nelle sezioni successive troverà un tratteggio più definito. Ed è sempre in virtù di questo rapporto che queste atmosfere riveleranno poi la loro idealità, che ne sottolinea, se non l’irrealtà, almeno il loro essere remote.


A partire da “Il mestiere dell’educatore”, comincia a delinearsi più marcatamente il rapporto tra io e società borghese, nonché la postura eroica di cui si è accennato. Con la poesia “Posso giocare a calcio” il dettato si ammorbidisce ulteriormente rispetto ad alcune soluzioni ardue de “Laureola”. In questa poesia, Sissa non solo introduce l’importanza del rapporto coi bambini, ma di esso si avvale, finendo per sovrapporvisi per un momento[5], solo per prendere distanza, infine, dal mondo dei queruli padri[6].

Presa di distanza che viene rafforzata, variando, nei poemi successivi. Oltre al piccolo cammeo dell’acrobata, che si inscrive nella poesia immediatamente successiva “Del resto non ho nulla”, Sissa delinea il più ampio autoritratto di un “lupo solitario”, una particolare tipologia di adulto che, del bambino, ha conservato il doloroso ma genuino rapporto con la vita[7].


In chiave del tutto personale, Sissa si ritrae ai bordi della morale stereotipata borghese, che dipinge come astratta da qualsiasi umana genuinità, e assuefatta nelle sue logiche e vuote verità[8].


Questo continuo rimarcare la distanza fra questi due mondi, assieme ad eleganti, modulate invettive[9], e una tendenza reazionaria, mi pare arricchisca la fisionomia di suggestioni Beat[10]. Questa commistione di toni finisce per caricare l’autoritratto, sparso in queste poesie, di valenza antieroica, in cui il reietto, cosciente della sua superiorità morale, irride silenziosamente la controparte.[11] Ma la chiusa: “[…] mi pensino pure / un pirla visionario con la bicicletta / riverniciata a mano: non l’ho rubata / è un regalo di chi amo” non delinea, forse, una prospettiva di particolare superiorità morale? E non è, forse, l’intrinseca superiorità rispetto all’avversario la prima virtù che fonda la fisionomia dell’eroe? Al fine di fare una trattazione costante e unitaria di questa auto antologia sono costretto, quindi, ad affrontare questo punto separatamente.


Questo processo di disarticolazione della logica borghese prosegue ne “La cattiva bambina”, che si riallaccia al canovaccio dell’esperienza dell’educatore. Il poeta, in “Si chiama M puntini puntini”, raccoglie e dà voce all’infanzia delusa[12] di M, che ha assistito al padre tradire la madre.

Parallelo a questo disfacimento, quasi a preannunciare la sezione “Prima della tac”, un sinistro presagio[13], in cui si insinua già il moto autodistruttivo della nostalgia. Il desidero e il rapporto d’amore diventa ricordo nostalgico, che forse comincia già a portare i segni, delineati con più chiarezza successivamente, del vuoto, della morte e, in generale, del nulla.


Questo moto distruttivo persiste, come anticipato, nella sezione successiva, dove il poeta affronta la paura della morte, modificando l’essenza di alcune figure de “Laureola”. Tuttavia, l’elemento nostalgico non impedisce, però, al Nostro di trarre conforto: un conforto forse sofferente, dall’empatia funerea della vegetazione “sgocciolante”, la quale sembra testimoniare il dolore del suo patimento[14]. Ma il componimento che chiude la sezione delinea nitidamente come l’indole del poeta non venga mai prostrata del tutto[15].


L’ombra della morte lascia, così, una traccia indelebile nella poesia ventura e si ripercuote anche in “Manuale d’insonnia”, che continua a contaminare i luoghi de “Laureola”[16]. Sissa continua a tratteggiare il proprio ritratto, in filigrana, all’avvicendarsi di personaggi ed esperienze reali. Egli diviene un sopravvissuto che contempla i ricordi degli estinti come reliquie, salutandoli[17] e, talvolta, rievocandone la presenza.


Questa sezione sembra imporsi come colloquio con i morti, dove egli delinea lo strazio della sua condizione di sopravvissuto, con un occhio ormai disilluso e compromesso realisticamente, specialmente in “Via mirasole” e “Via orfeo” che sembrano anticipare, in spaccati da osteria, il profilo paterno.


Difatti, questa disillusione culmina in “Senza vanità”, dove delinea la figura del padre di suo padre, sul capezzale[18]. Sissa delinea il ritratto del nonno, individuando l’origine, anche, della postura dell’autoritratto fin qui delineato: quello di un uomo la cui volontà non è mai stata compromessa e per questo, al cospetto di Dio, ha potuto presentarsi “senza vanità”.


Questo esame del reliquiario mi pare sia l’architettura che fonda anche le successive sezioni, ma la generale tendenza contemplativa non impedisce al poeta di concentrarsi anche sulla figura dell’operaio.

In ”Ottimismo del comunismo”, affiora la figura dell’operaio contrapposta a quella del cane in “come un cane”. Questa immagine, unita al prosimetro di p. 117, ci consegna una figura sfaccettata e complessa, ma che mantiene la dignità di fondo: l’eleganza, anche se sconfitta, derivata dalla lotta.

Se, come abbiamo osservato precedentemente, Sissa, nella sezione “Il mestiere dell’educatore”, sembrava interessato a marcare con forza la differenza che separava lui dall’insensibilità di una certa borghesia, qui egli, nella sua empatica disamina della condizione operaia, si fa portavoce di situazioni esistenziali analoghe alla propria, finendo così per screziare la propria poesia di inclinazioni civili.

Tuttavia è in “Auto da fé” che si concretizza meglio la sfaccettatura di sopravvissuto del profilo dell’autore[19], soprattutto nella poesia “Mai qui più morde sul cuscino” che, culminando nel disincanto dei vocativi, finisce per completare il lento trapasso delle situazioni aurorali de “Laureola”.


Infine, in una delle ultime e significative sezioni del libro, “Paradiso” - disseminata di suggestioni dantesche, questa è una sezione in cui il ritmo si fa disteso e più severo, ma sempre musicale.

Qui luce, vuoto e morte[20] vengono strette in una istanza unica. Ma è nel colloquio al cospetto con il Maestro, Giovanni Giudici, la disamina del secolo vaticinato dallo stesso[21]. Il poeta mostra di tentennare[22], al ruolo che dovrebbe ricoprire, alle risposte che dovrebbe avere.


L’autoritratto finisce fra le oscure tonalità di “Elementi del diluvio”, che fa del buio la terra del sogno e, specularmente, riporta al centro dell’attenzione l’abisso temporaneo che rapprende gli uomini della poesia che apre il libro. Si conclude un percorso, che, rievocando a ogni passo l’ombra del Maestro, segna un processo di graduale de-sublimazione, di un lento e graduale disincanto.


Particolarità Beat e antifrastiche in Sissa

Per comprendere ciò che mi ha indotto a rilevare una traccia Beat nello stile di Sissa è necessario soffermarsi sulla differenza che intercorre fra la postura del Nostro e del suo maestro.


Se l’atteggiamento neocrepuscolare del primo Giudici si concretizzava in una critica indiretta[23] verso l’asfissia della contemporaneità, che appariva in filigrana alla postura remissiva e sconfitta dell’io nelle prime raccolte (ovvero: nella progressiva coscienza del comune grigiore e dell’intima inappartenenza dell’io allo schermo delle cose), in Sissa (si veda “Del resto non ho Nulla”, p. 39), specialmente ne “il mestiere dell’educatore”, questo senso di inappartenenza si fa più manifesta condizione della riabilitazione dell’io stesso, che si apre a un certo antieroismo, la cui condizione di reietto e degradato, la sua povertà, diviene espediente antifrastico che, da una parte, causa l’oppressione dell’avversario (l’uomo comune); dall’altra serve anche a rimarcare la superiorità dell’io poetante nei confronti di chi lo avversa, in modo da portare a compimento una silenziosa metamorfosi: da antieroe reietto e avversato ad effettivo eroe che, con la sua umanità e la sua poesia, afferma la propria silenziosa vittoria.


Con le dovute cautele queste brevi suggestioni credo possano essere le spie che manifestano l’autonomia dell’allievo rispetto al maestro. Quindi la dimensione apertamente stigmatizzante di Sissa verso certa contemporaneità giustifica la consonanze “posturali” con i Beat. Un beat, c’è da dire, filtrato da uno spirito tutto italiano, che sarebbe il risultato della autonoma rielaborazione, da parte dell’allievo, delle tematiche e delle fonti implicite nel maestro.


Consolidata in questo modo la propria identità, la poesia di Sissa, con “ottimismo del comunismo”, potrà assumere tonalità civili, nel suo farsi portavoce della condizione dell’operaio[24] in cui, inevitabilmente, lo stesso Sissa si rispecchia.


Luca Cenacchi

[1] Ascendenza che sembra percorrere, in generale, la parabola disegnata da questo libro, la quale viene accostata, man mano che si avanza nella lettura, da influenze sempre più eterogenee tutte opportunamente rivisitate e fatte proprie.


[2] Con lo scialle nero p. 11


[3]“ Cosa importa / che il vento padano / di polvere e fieno / monotono strappi / un grido, un insulto / ai campi di grano?" p. 14


[4] Sia detto un attimo prima p. 16


[5] Posso togliermi la camicia /e inginocchiarmi sul pavimento / a spingere una automobilina


[6] […] stringere / la mano ai padri ogni volta / stupito di non aver mai capito / perché se mi sento vivo io / con i loro ragazzi loro / debbano poi lamentarsi / di mille cazzi. p.38


[7] […] penso al taglio / sulla guancia, alla mano rotta, / alla clavicola sconnessa, / e non so più nemmeno se la colpa / sia sempre la stessa: d’arrampicarmi / sugli alberi per recuperare / il pallone o sui sogni per non vivere / da coglione […]”


[8] […] sorridere / a chi continua a finire / e raddrizzarmi zoppicante / per ascoltare le sciocchezze, / quante, di chi redige verbali / pieni zeppi di segreti professionali / fingere di crederci […] p. 41


[9] […] mi pensino pure / un pirla visionario con la bicicletta / riverniciata a mano: non l’ho rubata / è un regalo di chi amo.


[11] [..] non smentire / in silenzio subire la logorrea / di tanta gente che ha capito / quasi niente.


[12] Non potendo riportarla lontano / ancora fra i bambini p. 49


[13] Ma a me sfaceva dentro / il tempo nel niente del silenzio


[14] D’alberi e pioggia / il solo fremito lungo il viale / quasi un battito di nostalgia / o più precisamente i rami / sgocciolanti nel silenzio / che m’ascoltano dimesso / avviarmi a quel ronzio / portarmi via a me stesso […] p. 65


[15] […] e venga nel suo più azzurro / questa morte -sia veloce- / abbracci e stringa forte / provi a spezzare.


[16] Come foglie via bruciamo / in lampi d’orrore e grazia illuminante p. 72


[17] “E -babbo, babbo- ti ho sentito” (per Ferruccio Benzoni Cesenatico 1949-1997) p. 71


[18] Tradito dal vino dalle carte dall’amore p. 76


[19] O luce del mio raggio… A te / che non sia cosa vuol dire / colmare il vuoto / nutrire il sogno / per non lasciarlo finire p 92


[20] Perché non si può dedurre il nulla / dal nulla- ma di luce in luce di culla /in culla attraversa e i nomi lungo / sontuosi i sentieri del male, o quel che rimane […] p.129


[21] E quanto secolo hai tradotto / e travestito […] p.134


[22] […] e cosa diremo, Maestro, ai bambini / che fuggono sapendo di aver ragione?


[23] Desumibile, anche se non sempre, dalla tragicità della condizione in cui versa il poeta, più che da una sua aperta e aggressiva denuncia.


[24] si pensi come la similitudine del cane renda bene questo particolare eroismo. Sissa con un'immagine, che chiamerei familiare, piuttosto che de-sublimante, riesce a sintetizzare il processo particolare di cui abbiamo discusso.

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