“Caleranno i Vandali” di Flavio Almerighi e l’ironia - di Luca Cenacchi

Flavio Almerighi, con "Caleranno i Vandali", propone una poesia dal piglio ironico e polemico, ma che non si chiude nel suo conflitto personale e, anzi, attraverso personaggi – protagonisti principali “dell’aneddotica” del poeta – si cerca sempre di accorciare la distanza, che è effetto dell’indifferenza ormai endemica di questo tempo.


Il Nostro sembra voler opporre all’indifferenza generale un quadro umano le cui storie, assieme ai soggetti stessi di queste ultime, hanno come comune denominatore dolore e precarietà a tempo indeterminato: “l’anima nel sacco nero \ conserva leggerezza \ sotto le spalle indolenzite.”


Specialmente nella poesia sopra citata [1], di cui ho riportato la chiusa, il poeta delinea il ritmo alienante del pulitore di carrozze. Egli è prigioniero della lunga “apnea” lavorativa che lo martoria e gli impedisce l’anelito verso qualsiasi bellezza, che la logica del lavoro tramuta in velleità: “io non godo le stelle / all’uscita prendo un po’ d’aria / prima di un'altra vettura”.


Interessante è quell’ironico “non godo le stelle”, il quale, in virtù della chiusa, è a un tempo provocazione, ma anche tragica presa di coscienza, non tanto dei limiti della propria umanità, ma di ciò che si sacrifica per la sopravvivenza.


Nel contesto alienato e indifferente della società di massa, quindi, si muovono due profili fondamentali – oltre la divisione dell’autore [2] – i quali delineano due facce di ciò che chiamerei “quotidianità”: una parte, in cui il poeta ironizza e polemizza su aspetti di una sterile esistenza massificata e, in generale, sulla condizione media delle persone; dall’altra, la quotidianità sofferente di coloro che cercano di sopravvivere, ma che, anche in virtù del loro stretto rapporto con sofferenza, dolore e precarietà, sono quei soggetti che si rivelano più pregni di umanità.


Se con la precedente poesia presa in considerazione, in parte, abbiamo già illuminato la concretezza della seconda suggestione, il componimento che da nome alla raccolta [3] è significativo per illuminare la prima ipotesi.


Chi sono, dunque, i Vandali che sono “scagliati dai mari alla penisola”?


Sono le persone disumanamente indifferenti, la cui caratteristica primaria è quella di essere passivi, ovvero non essere mai, o quasi, soggetti di azione, ma oggetti e, dunque, incapaci di generare qualcosa di vitale o genuino: “qualche idea da collezione / nasce morta, già rubata /paia di ciabatte all’ombra / di vecchie colonie estive”.


”Almerighi, con piglio polemico, cerca di smascherare la quotidianità dei vandali, che, nella sua visione, diviene un feticcio, non diverso dai prodotti dei supermercati e, per questo, inevitabilmente sterile.

A questa genericità, a questo piattume che, per chi non lo sapesse, riecheggia tante discussioni intorno al linguaggio della poesia contemporanea, nate nella rivista / blog “l’ombra delle parole”, viene contrapposta, non casualmente in successione, la poesia-aneddoto, forse autobiografica, del pulitore di carrozze – personaggio ben definito nella sua fisionomia umana, tutta, se mi è concesso un parallelismo, carnevalesca –, cui si affiancano anche altre vicende intente, similmente, a cogliere la tragicità della sopravvivenza (il pittore di strada protagonista del poema Dante Esposito pittore, il muratore etc…): “io non canto fiordalisi, /ma una spiaggia / di profondità estreme / perduta nel sotto sopra / di chi è smarrito / da sempre, ovunque / senza nome tace” [4] […] “giacinti non fiordalisi, / anime che porto addosso”.


Nella contrapposizione floreale si riassume lo scontro di queste due realtà, logica conseguenza del conflitto delineato precedentemente. [5]


Non mancano tuttavia le eccezioni: ad esempio componimenti più programmatici [6], o le poesie mosse dalla rievocazione della memoria nella seconda parte del libro [7].


Una di questa è la toccante poesia “Inverni già passati” dove i toni polemici e sofferenti si attenuano, senza dimenticare quella tragicità quotidiana, sempre presente in filigrana, e riaffiora un sentimento che si conforta di quelle poche sicurezze: “Ami il radicchio rosso / servito ogni domenica sera / in quantità industriali”, sprofondando in una notte e in un’ombra ristoratrice, in cui si schiude sofferente l’umanità.


Anche lo stile, infine, da un estremo all’altro della raccolta è declinato in modi diversi: nei poemi caratterizzati da pungente ironia e polemica il dettato, seppur riproponga un registro colloquiale, tende a manifestare la propria forza sovversiva, non tanto in una disarticolazione vistosa del discorso logico, quanto in accostamenti: così si dispiega una gran copia di ossimori, ambiguità, ma soprattutto di slanci metaforici.

Luca Cenacchi

 

Ami il radicchio rosso

servito ogni domenica sera

in quantità industriali,

ami i margini dove cresce

quell’umidità buia,

sorridi aggrappata al piatto

all’atmosfera, la stessa

che si attacca ai vestiti

in estati alquanto dubbie

sbuffi, accaldi, corri

cercando deserti veri

complice un desiderio

senza calore, carezze

la fastidiosa umidità

pesante come due figli,

lo stesso buio dei fossi

alle mani strette dice amore

ed è probabile che al ritorno

l’unico pensiero sia

mettere più baci

in pochissimo strazio,

seri puntuali e anniversari

inverni già passati.

 

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[1] Cfr. Memorie di un pulitore di carrozze p.26

[2] parole cambiano-parole finiscono

[3] Cfr. Caleranno i Vandali p. 25

[4] Cfr. Canto la morte spaccata p. 60

[5] Cfr Terra di Nessuno p. 20

[6] Cfr. Paradosso della Poesia p. 73

[7] Cfr. Fammi una cena affabile p. 77 & Piero Ciampi p. 78

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