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"Ricordati di me, dio dell'amore" - Riflessione sulla poetica di Sandro Penna - di Dyl

Amavo ogni cosa nel mondo. E non avevo

che il mio bianco taccuino sotto il sole.

Ma tanto basta. Soltanto tre elementi sono sufficienti a descrivere tutta la "strana gioia di vivere" di un uomo come Sandro Penna (Perugia 1906 - Roma 1977). Non si tratta ovviamente di tre elementi qualunque: il "mondo", il "sole" e -fra questi- il "bianco taccuino" sono tre segmenti che si sorreggono a vicenda nel triangolo penniano, al cui centro, ugualmente distante da ogni linea, sta l'amore, inafferrabile e fulcro di tutto.


La caduta di un singolo segmento porterebbe al crollo del sistema, e di certo gli elementi vacillano nel cammino del poeta, portando anche a profondi momenti di instabilità, nel sentore di una profonda inadeguatezza al "mondo", al "sole", o al "bianco taccuino".


Ma l'instabilità non è mai irreparabile, anche grazie a quel centrale amore che, facendosi più imponente e universale (anche con la vecchiaia del poeta), assume il compito, come centro di gravità dei segmenti, di mantenerli ben saldi. Complice è la monotonia in cui Penna è consapevole di vivere, tormentato dallo schiacciante assillo delle pesanti regole morali, con le quali sa di non poter lottare perché sconfitto in partenza.


Allo stesso tempo però matura la riflessione profonda che tale assillo, assieme a quello della noia, ben diversa dalla sua sana monotonia, impedisce la contemplazione della bellezza.


Fuggono i giorni lieti

lieti di bella età.

Non fuggono i divieti

alla felicità.


Allora è opportuna una purificazione della propria poesia perché la distanza dalla morale, che non è conflitto, non gli precluda l'apertura totale alla felicità. Penna però attua questa levigatura parziale solo velatamente, per evitare di cadere nella schiavitù delle norme comuni, spesso non intimamente sentite. Per tale motivo giunge a professare anche una libertà d'espressione all'insegna della gioia, come in uno sfogo liberatorio che gli permetta poi di rientrare serenamente nei limiti imposti.


Sempre fanciulli nelle mie poesie!

Ma io non so parlare d'altre cose.

Le altre cose son tutte noiose.

Io non posso cantarvi Opere Pie.


Per la purificazione chiama in causa un elemento esterno, lontano ma incombente: il sole, che necessariamente incombe sul "bianco taccuino" (forse, ancor più che irraggiandolo di luce, rendendolo in effetti bianco).


Il bianco è dunque sinonimo di gioia, anche se solo in prima battuta, in visione della libertà che permette (questa è propriamente la gioia del fanciullo in grado di scrivere il suo oggi per il domani - fanciullo che presto incontreremo proprio come personificazione di quel centrale e inafferrabile "amore" del sistema penniano). In realtà, o meglio, nella profondità dell'esperienza, che rende accessibile tale visione solo allo sguardo retrospettivo dell'adulto, il bianco assume ancor più un significato di gioia per la pace e la calma a cui invita.


Il mare è tutto azzurro.

Il mare è tutto calmo.

Nel cuore è quasi un urlo

di gioia. E tutto è calmo.


In questa pace si inserisce il richiamo alla vita, all'amore motore di ogni realtà. L'invito a cogliere l'attimo è sempre presente in Penna, che però non si esime dall'evidenziare le contraddizioni del suo animo - non i conflitti con la morale comune, sebbene questa, ovviamente, influisca.


Le stelle sono immobili nel cielo.

L'ora d'estate è uguale a un'altra estate.

Ma il fanciullo che avanti a te cammina

se non lo chiami non sarà più quello...


Ma di chi si tratta?


Non è un bambino, ma nemmeno un ragazzo. La figura da cui Penna è tanto attratto è quella di un preadolescente, in bilico tra sogni e prossimo risveglio, al massimo del vigore permesso dalla tenera età, svogliato e voluttuoso, compiaciuto del proprio "sentirsi grande".


Una figura che pare quasi mettere in soggezione il poeta, ma, allo stesso tempo, si dimostra ancora tanto plasmabile e innocente; il che getta Penna tra nuovi e straziante dubbi ("... non sono / io del fanciullo vittima innocente").


Ecco rivelarsi il grande problema della poetica penniana: il rapporto tra bene e male, due blocchi che il poeta non riesce ad inserire nel proprio sistema. Ma forse, pare risolvere infine, non esistono; forse esiste solo l'amore ("Leggera, piomba sul bene e sul male / la loro dolce fretta di godere"). Il che gli permette di trovare una soluzione personale e, dopotutto, anche una propria "morale".


Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.


Conduce un'esistenza che gli permette, nella visione raggiunta, sprazzi di grande gioia, ritratti fisicamente in corpi e paesaggi di sfondo. Il tutto in un vivere "tra le cose del mondo", professato con la nostalgica rievocazione delle immagini desiderate. Come in un sogno vissuto, o in un vissuto sognato nuovamente.


Un monotono vento di veicoli

ci sradicò dalla strada maestra.

Ci trovammo sull'erba. E fu la mesta

luce di quel crepuscolo un pericolo

gaio: la docile figura del lattaio.


Delinea una vita che pare possibile solo in una zona di confine, di incertezza e regressione. Maestro di tanto è il fanciullo, definito dal poeta "il mio dio" che "se ne va in bicicletta / o bagna il muro con disinvoltura".


Oh non ti dare arie

di superiorità.

Solo uno sguardo io vidi

degno di questa. Era

un bambino annoiato in una festa.


Con la protezione di un "sonno" alleato, Penna afferma il privilegio dell'innocenza, il "perenne amare i sensi e non pentirsi". Ma, se il sonno accompagna la fuga lirica, una volta sveglio il poeta si ritrova nel suo mondo cittadino, lontano dai verdi prati dei suoi idilli e lontano dalla sua fanciullezza. Rimane solo un'effimera dolcezza su un palato amaro ("Amore, amore / lieto disonore").

Ma l'amarezza non viene da un presunto senso di colpa, piuttosto dal distacco tra il panismo solare e luminoso del ricordo e l'introversione presente. Non vi è dunque alcun accenno alla morale comune (che indubbiamente il poeta avverte al suo "ritorno"), solo una tenue difesa all'insegna dell'ingenuità:


Mutate il verde prato

in un giuoco proibito.

Mi ci sono provato.

Non ci sono riuscito.


Le due facce della vita sono incompatibili: da un lato lo stupore primitivo davanti al sole, dall'altro l'oscurità riflessiva della pioggia. Ecco i due momenti delle liriche penniane, brevi poesie di eventi dove si respira la gioia fugace che le dettò. Poesie dunque - più che molto personali - molto umane, ma incapaci della pazienza di un Canzoniere. Penna si trova allora lontano dai movimenti letterari e culturali del Novecento, lontano dalla scena pubblica; un solitario nella massa, un antico, un fanciullo che percorre "il caro sentiero solitario".


Le porte del mondo non sanno

che fuori la pioggia le cerca.

Le cerca. Le cerca. Paziente

si perde, ritorna. La luce

non sa della pioggia. La pioggia

non sa della luce. Le porte,

le porte del mondo son chiuse:

serrate alla pioggia,

serrate alla luce.


Fondendo Pascoli e D'annunzio crea un "linguaggio insieme letterario e nobilmente popolare, in cui quella fusione e neutralizzazione dell'aulico col quotidiano e viceversa è raggiunta d'acchito, con la più spontanea naturalezza" (Pier Vincenzo Mengaldo). Questo, insieme al suo vagare per l'Italia alla ricerca di occasioni lavorative, fa di lui un poeta puramente italiano, capace di avvertire nei diversi luoghi che descrive, "felice straniero in ogni luogo", i sintomi di una malattia intimamente sentita, pur essendo allo stesso tempo tanto abile ad abbandonarsi, sano, al respiro della vita.


Penna prova l'umiliazione sua (e non la tragicità della pederastia, ma quella propria dell'uomo che - in quanto omosessuale - avverte maggiormente) nel mondo intero, in vita sotto l'influsso di un mare mai uguale a se stesso, un'onda di gioia che ci travolge e si ritira con un'alternanza irregolare e struggente. In questo senso si rivolge anche ad una divinità che si palesa solo a volte, come seguendo un proprio capriccio. Ecco un nuovo e profondo senso del fanciullo-dio, dal quale l'uomo dipende, alla ricerca della "tiepida pace", del "tempo immoto".


La gioia di Penna è la gioia della solitudine anonima (quella dello straniero), è la nudità gioiosa che gode dell'abbraccio dei tre elementi di partenza (del sole, del mondo e del taccuino) sentendosi al centro di essi, vicino all'amore. La gioia è l'amore per la pura conoscenza dell’amore stesso nell'alternanza monotona, eppure imprevedibile, dell'esistenza.


Mi adagio nel mattino

di primavera. Sento

nascere in me scomposte

aurore. Io non so più

se muoio o pure nasco.


Il modo più immediato – ed anche più difficile - per sentire questo abbraccio non è la regressione, ma una rigenerazione. Da questo proposito derivano la limpidezza delle immagini e la spontaneità delle riflessioni della poesia di Penna, trascendente il tempo.


Forse è meglio soffrire che godere.

O forse tutto è uguale. Anche la neve

è più bella del sole. Ma l'amore...


Ma chi, come chiede Penna, conosce, o meglio, ricorda la "faccia" dell'amore? Indefinito com'è, può essere solo avvicinato nelle memorie trasognate di un poeta "della vita tanto innamorato".

La letteratura ha dunque, per Penna, il valore di realizzare questa intima conoscenza, ma anche una trasformazione (la rigenerazione), senza voler insegnare nulla.


Nel rispetto per il mondo degli uomini, Penna se ne allontana alla ricerca di un amore sempre presente - nella calma. Sceglie la vita.


Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.


Dylan Ruta

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