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Quando si ha un'opera d'arte? - di Gianluigi Scaringella

"L'arte è la messa in opera della verità" scriveva il grande filosofo tedesco M. Heidegger il secolo scorso, ma quello dell'arte è un dibattito che fonda le proprie radici già nell'antica Grecia e che, nel corso dei secoli, ha visto formarsi una vera e propria filosofia dell'arte; una dottrina che mira finalmente ad incasellare un concetto tanto complesso come questo. Secondo Platone l'arte non faceva altro che rappresentare l'idea, e l'idea è rappresentata in noi, quindi l'arte rappresentava il rappresentato: era inutile. Non a caso nella sua Repubblica perfetta consigliava la cacciata di tutti gli artisti. Per Aristotele, invece, altra storia: la gnosi, cioè la conoscenza, passava per l'esperienza accumulata e ciò rendeva l'arte, manifestazione dell'esperienza, utile. Ma come e quando si definisce un'opera d'arte? Quali caratteristiche deve possedere? Se provassimo a ricordare opere d'arti probabilmente penseremmo ad un quadro di Leonardo, ad una scultura di Michelangelo, ad una piramide egizia, al Don Chisciotte di Cervantes ecc... in effetti potremmo pensare ad oggetti molto diversi tra loro, l'eterogeneità delle opere d'arte è davvero spiazzante. In fondo, cosa ha in comune la piramide egizia col Don Chisciotte di Cervantes? La prima è testimonianza imponente della straordinaria capacità architettonica d'un popolo antico, l'altra si costituisce con una determinata combinazione di segni linguistici. Solo a guardarle si direbbe che non abbiano assolutamente niente in comune, eppure sia una che l'altra opera sono considerate arte. La verità probabilmente è che l'arte è sfuggevole, non è una classe con caratteristiche discernibili come, per esempio, lo è la classe delle sedie (in realtà anche i criteri con cui fissiamo le classi sono abbastanza ambigui, ma questo è un altro discorso). Sembra, quella dell'arte, essere piuttosto una famiglia di classi, come ci mostra Wittgenstein in questo passo delle sue Ricerche filosofiche:


"Osserva, per esempio, i giochi di scacchiera, con le loro molteplici affinità. Ora passa ai giochi di carte: qui trovi molte corrispondenze con quelli della prima classe, ma molti tratti comuni sono andati scomparsi, altri ne sono subentrati. Se ora passiamo ai giochi di palla qualcosa di comune si è conservato, ma molto è andato perduto [...] C'è dappertutto un perdere e un vincere, o una competizione fra i giocatori? Pensa allora ai solitari. [...] Vedere somiglianze emergere e sparire."


A ben vedere, però, anche nella grande eterogeneità delle opere d'arte è possibile trovare dei tratti comuni, sebbene molto generali. Uno: tutte le opere sono oggetti fisici (nonostante le ambizioni degli astrattisti) e sociali: non avrebbe senso parlare d'un' arte senza uomini giacché l'arte è per gli uomini, è l'uomo a vederla, a volerla. Due: le opere d'arte provocano solo accidentalmente conoscenza, la loro funzione primaria è l'espressione. L'alce che l'uomo dell'età della pietra raffigurava sulle pareti della sua caverna è vero che viene raffigurata tra i suoi simili e che ora ci permette di conoscere usanze usate, ma prima di tutto era dedicato agli spiriti; era cioè uno strumento magico con cui esprimere il proprio culto. Probabilmente i primitivi non immaginavano neanche che stessero facendo arte. Tre: l'opera d'arte deve provocare necessariamente dei sentimenti o, come per Benedetto Croce, un sentimento di contemplazione dei sentimenti. Quattro: le opere d'arte si comportano come persone. Dire che un dipinto di Mondrian mi lascia indifferente non è una proposizione ridicola, come non lo è se dicessi che il Sig. Rossi mi lascia indifferente. Dire, invece, che un bullone mi lascia indifferente è una proposizione tanto ovvia quanto ridicola. Constatata la grande diversità delle opere d'arte un'altra domanda sorge spontanea: tutto può essere arte? Gli antichi erano oggettivisti in tutto, anche nell'arte, e ritenevano per ciò che le proprietà necessarie ad un'opera fossero immanenti all'opera stessa. Nella modernità, invece, si tende maggiormente alla soggettività, per cui l'opera d'arte è tale se riesce a manifestare al meglio lo spirito dell'artista, che da alcuni vien visto davvero come un re Mida dell'arte. Uno di questi fu sicuramente Marcel Duchamp, uno stravagante artista francese del secolo scorso che ha tra le sue opere più rammentate, e non a torto, la celeberrima Fontana (un comunissimo orinatoio capovolto, etichettato, ed esposto in museo) ed una ruota arrugginita di bicicletta. Non solo cose comunissime ma perfino volutamente brutte esteticamente dato che per Duchamp era importante contrastare, con questo tipo d'opere, la cosiddetta arte retinica, cioè quella che si prefigge lo scopo di dare piacere alla vista. E credo si possa dire ci sia riuscito. Molte delle sue opere furono infatti quelli che poi sarebbero diventati nell'arte i ready-made. Oggetti comuni, spesso scandalosi, esposti in museo e per ciò ritenuti opere d'arte con la conseguente scissione tra arte ed estetica, per secoli ritenuta inamovibile e d'un tratto divenuta possibile. Si, l'arte sembra ormai sfuggire anche all'estetica, che può essere ancora causa d'arte, certo, ma non ne è più, come lo era sempre stata, condizione necessaria. D'altronde oggigiorno siamo letteralmente circondati dall'estetica, e forse per questo la stessa non basta più. L'orinatoio capovolto di Duchamp in particolare è un orinatoio, non ha niente di diverso da gli altri modelli prodotti dall'industria di ceramica sanitaria, e però è una fontana stando all'etichetta. Dunque, è meramente l'etichetta, il titolo, a rendere un oggetto d'uso opera d'arte? Secondo Arthur Danto, un critico statunitense che ha dedicato molti dei suoi saggi su problemi di questo genere, in questi casi non accade proprio questo, ma qualcosa di simile. Egli sostiene che l'opera non dipende da proprietà osservabili ma bensì da proprietà relazionali, cioè quelle proprietà che permettono di inserire l'opera nel Mondo dell'Arte cambiando lo statuto dell'oggetto senza cambiare nulla di esso. È dunque ciò che lui chiama "teoria dell'arte" a permette ad un'opera d'elevarsi ad arte senza ridursi al solo oggetto reale. Lo stesso Mondo dell'Arte è però qualcosa in continuo mutamento, e riesce a fare arte solo chi ha acquisito e continua ad avere una grande consapevolezza artistica. Poniamo che uno spettatore osservi l'orinatoio di Duchamp e dica di non vederci altro che un orinatoio, e che lo stesso dica Duchamp. Dicono la stessa cosa? Danto sostiene di no; perché mentre il primo non riesce, o rifiuta di vedere arte in un orinatoio, il secondo invece essendo esperto d'arte, e riconosciuto quale artista, non può sfuggire all'ambito dell'arte. Duchamp, cogliendo le tendenze del suo tempo, e avendo investito concettualmente le sue opere ci ha dimostrato vero il fatto che anche un orinatoio inserito in un museo, vale a dire in un contesto altamente estetico, potesse venire in questo modo "trasfigurato" dall' estetica circostante ed elevarsi ad opera d'arte. E in effetti l'orinatoio che si trova nel museo ha qualcosa in più rispetto agli altri modelli, identici, in circolazione, dato che ha un valore di mercato esponenzialmente più elevato. Qualcuno potrebbe pensare che il mercato dell'arte sia una truffa, e probabilmente lo è nella maggior parte dei casi, ma finché non sapremo discernere con precisione cosa è arte, e cosa non lo è, prendere decisioni univoche non è affatto scontato, o facile. Di una certa proprietà relazionale dell'opera ne parla anche Heidegger spiegando la massima citata ad inizio articolo. La riflessione del filosofo tedesco parte dal presupposto che sia inutile provare a spiegare cosa sia l'arte usando la definizione di artista, poiché neanche questa ci è chiara. Né è possibile il procedimento inverso. Dunque il filosofo cerca di incontrare l'opera e spiegare come questa si presenta a noi e cosa concede. Abbiamo detto che l'opera d'arte mostra il vero, e secondo Heidegger lo fa rivelando due tratti essenziali che chiama Mondo e Terra. Prendendo ad esempio un dipinto di Van Gogh rappresentante delle scarpe da contadina, Heidegger sostiene che da quelle scarpe emerge qualcosa che va ben oltre dalla mera spiegazione della loro utilizzazione. Da esse può emergere il timore della fame, l'angoscia della morte, la gioia dello scampato bisogno; e con queste impressioni si ha la dimensione "Mondo", il modo in cui il mondo viene progettato, adattato, sentito dall'uomo. Oltre a questo però quelle scarpe logore, potrebbero rivelare il trascorrere del tempo, la resistenza delle scarpe alle intemperie, il silenzio dei sentieri, il dispiegarsi naturale delle cose; e con ciò Heidegger parla di un'appartenenza alla dimensione "Terra". Queste due dimensioni, Mondo o cultura, e Terra o natura, in un' opera sono inseparabili e in questo sta il massimo ruolo dell'opera d'arte, in quanto rivela il modo in cui si danno tutte le cose, tutti gli enti. Dunque fare arte oggi sembra in un certo senso saper cogliere del vero in un dato momento, ed esprimerlo avendo una perpetua consapevolezza del mondo in cui ci si muove, sperando sempre che qualcun'altro sia pronto a recepire il messaggio come desiderato. Inoltre la mano dell'uomo, come è già accaduto nella fotografia, nel cinema, o in altri ambiti, viene dispensata dalle incombenze più ardue, più lente potremmo dire, offrendo spesso risultati non troppo creativi, e perciò criticati. Tuttavia, l'ambito dell'arte non meno di altri ambiti deve essere pronto per certe cose, e come nel Medio Evo non poteva esistere un' assicurazione sul volo, così ciò che è arte oggi non poteva esserlo cinquanta anni fa. Sul discutere, poi, sulla natura dell'arte passata, presente e futura è cosa tutt'altro che finita, e gli sviluppi che si avranno nei prossimi anni saranno sicuramente molto interessanti.


Gianluigi Scaringella

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